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Redazione - Lettere al Direttore
Scritto da Guido Negretti   
Sabato 24 Ottobre 2009 01:30

Personalmente sono uno di quelli che si siede sempre lontano dalla folla nei cinema. Quando entro in una sala cerco sempre di farlo per primo e a seconda del titolo in cartellone scelgo il posto migliore. Dietro se è un film con grande battage pubblicitario, in mezzo se è un film poco conosciuto (davanti ci sono stato solo quando una mia ragazza si è presentata all’appuntamento con venti minuti di ritardo). Se vicino a me si siede qualcuno inizio a bestemmiare in turco perché, per esperienza personale, so che gli spettatori parlanti mi seguono come la nuvola fantozziana.

 

Mi piace inoltre avere spazio per muovermi. A volte stendo le gambe a destra, poi a sinistra, butto il tronco sulla sedia vicina, mi spingo in avanti, sgranchisco il collo. Insomma, non sto fermo, e per un motivo semplice: le poltrone al cinema non sono mai comode. Avere spazio per me è quindi una doppia necessità: tranquillità nel potermi assaporare la pellicola e sicurezza di non dover uscire dalla sala con crampi in tutto il corpo (li ho avuti anche in una parte specifica del corpo solo l’unica volta in cui mi sono trovato davanti).

 

Tuttavia devo dire che in questo caso, Venerdì 23 Novembre 2009, non solo avevo una fila tutta per me, avevo addirittura il novanta per cento dei posti liberi. Le malelingue potrebbero già dire che questo è un fiasco per l’organizzazione e in fondo quale caprone potrebbe dargli torto? A chi interessano cortometraggi di documentari vecchi di decenni, in bianco e nero, che, non fosse per la musica, li si potrebbe anche definire muti? Meglio andare a pascolare per i campi e cercare di trovare qualche capra con cui dare sfogo all’umana necessità di popolamento del suolo (la capra però, molte volte, risponde con un “no, è ancora troppo presto”, e il caprone si riduce a lustrarsi lo zoccolo).

 

Per carità, io sono dell’opinione che ciascuno sia libero di fare ciò che vuole (a volte anche io belo). Ad esempio, ammetto che Tarkowsky, pur essendo un autore che amo alla follia, per essere visionato abbia bisogno di almeno un bricco di caffé (coadiuvato dai dottori di Arancia Meccanica) o la voglia di farsi vedere pseudo-intellettuali per far colpo sulla capra dalle velleità artistiche (ma,  anche qua, lo zoccolo continua ad essere lustrato), tuttavia esistono anche opere che riescono a conciliare l’arte, l’insegnamento e l’autogratificazione. Il mondo non si divide in blockbuster (o cinepattoni che non fanno ridere nessuno ma che tutti, non so perché, continuano a guardare per poi dire “la solita roba”) e rottura delle bocce natalizie (tutti noi uomini siamo dei Babbi Natali) perpetrata ai nostri danni da uno sconosciuto regista che ama filmare un albero per tre ore.

 

Esistono anche opere che meritano di essere visionate. Trovo assurdo che stasera, in una città che teoricamente dovrebbe essere tra le più importanti nella regione più importante d’Italia, il numero di persone presenti fosse così misero, come trovo assurdo il fatto che alcuni siano entrati per lasciare lo spettacolo a metà proiezione. Ognuno, lo ripeto, è libero di fare ciò che vuole, ma prima di entrare e pagare per il biglietto almeno informatevi su quello che state per vedere. Esistono le locandine, esistono i siti internet, e se proprio siete alla frutta andate su Wikipedia e leggetevi qualcosa sugli autori per farvi un’idea.

 

Mi inchino davanti alla mancanza di voglia di cercare qualcosa di nuovo in questa ridente città di Varese. Sputo nel piatto in cui mangio? E perché, non mi è possibile dare un’opinione, specialmente se si basa su conclusioni tratte su campo? Può anche essere che la visione di queste pellicole non sia comparabile, in termini di intrattenimento puro, a quella data dall’ultimo filmone pieno di BUM, BAM, una scena di sesso tagliata per non far impallidire lo spettatore (e allora non mettetela, se proprio devo in rete trovo qualcosa di più esplicito e mi lucido lo zoccolo in santa pace, tanto la ragazza con cui sono andato al cinema mi ha fatto capire che il bianco è l’unico colore che vedrò), e la solita gnocca messa apposta per farci dire “che gnocca” (e intanto penso, cosa mi importa di vederla sullo schermo, io con lei non ci farò mai nulla…ditelo, siete dei masochisti che vanno al cinema per essere sicuri di non essere impotenti). Può anche essere, lo ripeto, sono d’accordo con voi, però non trovo assurdo spendere tre ore della vostra vita per approfondire il mezzo cinematografico, per imparare qualcosa di nuovo o, se proprio caproni volete rimanere, per avere un nuovo termine di paragone per settare la vostra scala di “mortorio su pellicola”.

 

Fate uno sforzo, cercate di connettere occhi e udito alla vostra materia grigia. Per una volta che vi si presenta l’occasione di “acculturarvi” (tra virgolette, non vorrei sembrare troppo presuntuoso) datevi da fare e usate quelle due cose che trovate attaccate sotto le anche (le gambe, maliziosi) e andate a vedere qualcosa che valga la pena. Rigurgito Epico/Dantesco: se fossi uno snob artistico vi darei un “fatti non foste...etc. etc.”, ma visto che a dir la verità non mi attrae più di tanto, direi che stasera più di un caprone “del cul fece trombetta” alla possibilità di ampliare un poco la sua visione del mondo. Un inchino e complimenti.

 

Guido Negretti per Varese.Net

 

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