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Ricevo una lettera accorata, colma di emozioni e di romanticismo: tutto ciò che manca nelle operazioni commerciali e politiche che si stanno consumando all'ombra della collina di Tre Scali.
I ricordi ci collegano al nostro passato, alla nostra identità più profonda. E quando i ricordi ci riportano ad un luogo ed alle relazioni personali ad esso legate, è doloroso il solo pensare che questo luogo possa essere stravolto o perso, perché sarebbe come perdere parte della propria identità. Davanti alla prospettiva dell’attuazione del “piano di recupero” della collina dei Tre Scali, sento ancora la voce di mio padre: «Andiamo ai Tre Scali!»
Ero sempre pronta ad accettare la proposta del mio papà. Mi piaceva accompagnarlo a cercare funghi – la sua passione – in quei boschi che mi sembravano così lontani e che mi erano diventati sempre più familiari. Si prendevano le biciclette, papà davanti ed io a ruota. All’andata era quasi tutto in discesa. Si lasciava la strada per la Valsolda là dove ora c’è la cabina del gas, e poi giù per la stradina fra i boschi, si attraversava un tratto coltivato e si arrivava, girando a sinistra, ai piedi dei Tre Scali. Avevamo il nostro posto dove lasciare le biciclette, appena dentro il bosco sulla sinistra e poi si saliva per la via più dritta e ripida. Ed eccoci sul piano. Il profumo di resina dei pini silvestri e l’odore del sottobosco che faceva presagire la presenza dei funghi mi inebriava. “Qui”- mi ricordava quasi ogni volta papà-“ veniva il dottor Baj Rossi quando era uno studente di Medicina, perché diceva che l’aria è salubre”. “Ed ora cerchiamo il bastone”. Già, un buon bastone che ci aiutasse a frugare fra le foglie per scovare il nostro prezioso bottino: i funghi. Rigorosamente porcini, perché dire funghi era dire porcini: di pino o di castagno.
Papà sembrava conoscere a memoria tutte le ceppaie. E sembrava anche sapere chi prediligeva l’una o l’altra. “Guardiamo, ma qui sarà già venuto il tal dei tali… no, là lasciamo perdere, se non c’è già stato, il tal altro ci verrà più tardi. Quello è il “suo” posto.” Quasi ci fosse una specie di patto non scritto! Dopo aver perlustrato brevemente il piano, quel tanto che bastava a far assaporare meglio quello che ci aspettava a momenti, papà diceva: “Adesso andiamo nel mio posto. Dovremmo trovarli di sicuro.” Si scendeva dall’altro versante, si girava un po’ a destra, poi giù ancora un po’ e poi… quasi d’incanto, mi trovavo ogni volta, quasi per magia, in un paesaggio conosciuto. ( Ora non lo saprei più trovare perché, da un lato, quel periodo di andar per funghi ad un certo punto finì, e poi perché ho il sospetto che non ci sia proprio più, portato via dalla cava abusiva la cui “ferita” si vede a tutt’oggi).
Papà aveva ragione. Lì il nostro cercare era sempre premiato. Si frugava in punta di bastone, con cautela. Io ero sicura che, qualora qualche fungo fosse spuntato, papà l’avrebbe trovato. Allora l’avrebbe raccolto, l’avrebbe pulito -“devi fare così se vuoi che ne crescano altri” e l’avrebbe messo delicatamente nel cestino. “ Se ce n’è uno è probabile ce ne siano altri, cerca bene”. E se io non ne avessi trovato, lo avrebbe trovato lui. Ma non l’avrebbe colto. Lo avrebbe ricoperto di nuovo con le foglie e mi avrebbe detto:”Prova a cercare bene lì”. Ed io, nella mia ingenuità di bambina, qualche istante dopo: “ Papà, papà, avevi ragione. Eccone qui uno!”
Caro papà! Cari Tre Scali! E’ lì che ho sviluppato il mio senso d’orientamento – qualcuno lo definisce “lupesco”- per cui, quando perdo la strada, mi comporto come facevo in quei boschi, dove non c’erano cartelli, ma “leggevo” gli alberi, i sassi, i cespugli. E’ lì che ho imparato a rispettare la natura, prima che le leggi arrivassero a dire come si deve fare. E’ lì che ho imparato il valore delle cose veramente essenziali: l’aria, l’acqua, le cose gratuite che sono quelle che ci confortano nei momenti in cui il superfluo si rivela nella sua più completa inutilità.
In uno dei suoi ultimi giorni di vita ricordo la nonna Maria implorare la mia zia: “Laura, va’ ai Tre Scai. Vorrei un po’ di mirtilli. (i giustrei). Lassù sì che sono buoni!”
Marina Premoli
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