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LSD²: notte cubana PDF Stampa E-mail
Cultura e Spettacolo - Varese
Scritto da Guido Negretti   
Sabato 24 Ottobre 2009 01:12

Sono autori differenti nel modo di approcciarsi a quel cinema verità altrimenti detto “documentario”, ma accomunati tutti da una precisa impostazione: la responsabilità di mettere lo spettatore davanti ad un prodotto di alta qualità. In nessun caso tra le opere che sono state presentate si può parlare di mancanza di conoscenza completa del medium a disposizione, conoscenza che si spinge in questi casi verso una ricerca maggiore di espressione artistica, cosa che, nell’immaginario comune, sembra essere poco legata al “documentario”.

LSD² La settimana Del Documentario
Presentata da FREEZONE

Venerdì 23

Santiago Álvarez:
Ciclòn (1963, b\n, 22’)
79 Primaveras (1969, b\n, 26’)
Now (1965, b\n, 6’)

 

Fernando Pérez:
Suite Havana (2002, colori, 83’)

 

Nicolás Guillén Landrián:
Ociel del too (1965, b\n)
Desde la Habana. 1969. Recordar (1969, b\n)
Reportaje (1966, b\n)
Cafféa Arabiga (1968, b\n)

 

Serata e notte dedicate al documentario cubano. Tre autori, sconosciuti, suddivisi in tranche da tre cortometraggi il primo, un lungometraggio il secondo e quattro cortometraggi il terzo. Santiago Álvarez, Fernando Pérez e Nicolás Guillén Landrián.

 

Sono autori differenti nel modo di approcciarsi a quel cinema verità altrimenti detto “documentario”, ma accomunati tutti da una precisa impostazione: la responsabilità di mettere lo spettatore davanti ad un prodotto di alta qualità. In nessun caso tra le opere che sono state presentate si può parlare di mancanza di conoscenza completa del medium a disposizione, conoscenza che si spinge in questi casi verso una ricerca maggiore di espressione artistica, cosa che, nell’immaginario comune, sembra essere poco legata al “documentario”.

 

Tutti e tre gli autori non nascondono le loro origini cubane, sia politiche che umane. Non scappano davanti a ciò che non sarebbe bello mostrare, ma preferiscono giocare sull’idea di interessante, un’idea che si allaccia e si slaccia al cinema di impostazione classica, quello di intrattenimento, quello con una trama ed un intreccio.

 

Álvarez si presenta con tre cortometraggi. Ciclòn mostra quanto la natura del ciclone possa distruggere la civiltà degli uomini. Non tralascia nulla, neppure quei momenti che Bazin, grande critico cinematografico, definiva terribili, ovvero le morti, quelle vere e non finte, che rimangono impresse sulla pellicola, per sempre. 79 Primaveras è un piccolo (in termini di durata) tributo a Ho Chi Min e alla espansione del pensiero comunista in Asia, senza però cadere troppo nel patetico davanti alla cena del funerale del protagonista. Critica la guerra, critica l’espansionismo di un pensiero massificatore, innalza altri grandi uomini della corrente liberale del dopoguerra, e scade, forse questo sì, in una piccola retorica autocelebrativa e forse un po’ troppo “da regime”, senza però che questo possa però inficiare sul valore tecnico e artistico dell’opera. Now, ultimo cortometraggio dell’autore presentato in questa sede, è un semplice grido contro il razzismo statunitense nei confronti dei neri. La semplicità del messaggio è la sua forza principale. Sono semplici immagini, molto spesso fotografie, accompagnate da una canzone che scandisce il tempo del montaggio. Al conoscitore cinematografico balzerà subito all’occhio come Álvarez abbia fatto sua la lezione dei cineasti russi (Eisenstein, Vertoz) che davano importanza assoluta al montaggio stesso come principale conduttore di messaggio.

 

Il prodotto di Fernando Pérez è di altra fattura. Suite Havana è un’opera incentrata su personaggi definiti, con nome e cognome, filmati durante lo svolgimento di una normale giornata. Se qualcuno parla della possibilità di coniare il termine di “cinema poesia”, dobbiamo però notare come alla base del “documentario” del regista ci siano due principali messaggi che sorreggono tutta l’impalcatura: la critica al governo castrista, incapace nel non aver saputo attuare pienamente la realizzazione di una società migliore, e il profondo amore verso persone normali che conducono vite normali ritagliandosi momenti di una grandezza universale. Il ragazzo, appena ventenne, che passa la giornata lavorando in casa, la sera esce e diventa un ballerino eccezionale nel teatro più importante di Havana per poi tornare a casa, a piedi, e coricarsi in una stanza con un intonaco ormai in rovina. E’ una pellicola formidabile, girata in digitale, che pecca soltanto di un serpeggiante velo di “irrealtà”, lasciandoci il dubbio se forse quanto vediamo sullo schermo non sia stato forse scritto a tavolino. E’ molto difficile che l’opera sia “finta”, ma rimane il fatto che all’occhio smaliziato il tarlo del dubbio rimanga difficile da negare. In fondo se vogliamo dare lo status di poesia a quest’opera non possiamo certo dimenticare che ogni poesia ha bisogno di essere rifinita all’estremo, togliendo quell’idea di “getto” che sarebbe la prova inconfutabile di “verità naturale”.

 

Le ultime opere ad essere presentate appartengono a Landrián, autore che per qualcuno si potrebbe definire maledetto, per altri invece sfortunato e incompreso. Ociel del too, Desde la Habana, Reportaje e Cafféa Arabiga  sono opere di un artista che ha voluto prendere la strada dell’innovazione. A prima vista lasciano impietriti, confusi, come confuse sono, superficialmente, le immagini stesse, giustapposizioni di elementi che sembrano troppo eterogenei. In questo risiede la grandezza di Landrián, nel non essersi accontentato di seguire i passi del “documentario” né di averne affinato le tecniche, ma di essersi spinto fino a raggiungere risultati che non possiamo esimerci dal definire geniali. Difficile per lo stato cubano riuscire a comprendere il loro più grande esponente di pop-art, si è preferito bollarlo di “schizofrenico” e rinchiuderlo in un manicomio. Il suo cinema è il precursore del post-modernismo, infarcito di rimandi a qualsiasi elemento, dalla pubblicità alla filosofia, estremamente raffinato in un’ironia compiaciuta, sono necessarie continue visioni per riuscire a cogliere anche il più piccolo aspetto, il più piccolo messaggio che si nasconde in un’immagine. Questo Landrián lo sa bene ed è per questo che il primo impatto è allarmante, terribile, e solo dopo ne si può capire la genialità.

 

Guido Negretti per Varese.Net

 

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